Cosa Facciamo

 

Gino Bianchi

Metodo: Maestro Gino Bianchi
(La “Dolce Arte” del Samurai ad uso degli Occidentali)

In Palestra si pratica un’attività sportiva.
Nel Dojo   si medita sulla moralità della Disciplina.

ASD JU JITSU CLUB VARESE.
Ci dedichiamo totalmente all’insegnamento ed alla pratica del Ju Jitsu Moderno Metodo Bianchi. “PROGRAMMA FEDERALE”(FIJLKAM).
Il progetto nasce dall’esigenza di molti praticanti di migliorare ed ampliare lo studio dei settori ed essere così esperti anche nel campo della difesa personale. Organizziamo regolarmente corsi per la preparazione tecnica delle cinture nere di Judo, Karate, Aikido, che vogliono sostenere l’esame di cintura nera di Ju Jitsu Metodo Bianchi. A tale scopo, oltre ai normali corsi giornalieri ci troviamo per 2 ore anche la domenica mattina.
Per info contattare,
Cosimo di Presa.
Tel. / Whatsapp: 333 5230277
Mail: cdipresa@gmail.com

Gino Bianchi, dal 1946 ripropose in Italia principi e tecniche di questa arte marziale appresa in gioventù in Giappone. Da Genova, dove il Maestro viveva, il Ju-Jitsu si diffuse in tutta Italia. In quei tempi il Ju-Jitsu non prevedeva momenti agonistici, ma privilegiava la difesa personale con lo studio delle tecniche dei settori. I Settori (principi base) sono cinque , vengono contrassegnati dalla prime cinque lettere dell’alfabeto e sono composti ciascuno da venti tecniche.

Il Settore “A” comprende le azioni elementari che introducono alla conoscenza delle reazioni di un avversario.

Settore “B” tratta le azioni che attraverso lo studio dello sbilanciamento mirano al caricamento,sollevamento e proiezione dell’avversario.

Settore “C” esamina le azioni impostate sulle articolazioni dell’avversario.

settore “D” è dedicato alla azioni impostate sul collo dell’avversario.

Settore “E” fonde le azioni di C e D mirando alla proiezione dell’avversario.

La storia del Ju Jitsu Metodo Bianchi

La prima fugace apparizione del ju jitsu in Italia si deve a Pizzarola e Moscardelli, marinai della Regia Marina, che nel 1908 ne diedero una dimostrazione al Re, anche se fu Gino Bianchi (un marinaio) colui che, dopo quaranta anni, portò il ju jitsu in Italia.

Il Maestro Bianchi, già campione militare di Savate, era impegnato durante la Seconda Guerra Mondiale col contingente italiano nella colonia giapponese di Tien Sing  in Cina dove venne a contatto col ju jitsu e, rimanendone colpito per l’efficacia, decise di diffonderlo una volta tornato in Italia.

Nel 1946 venne fondata a Genova dal Maestro Gino Bianchi una scuola di “lotta giapponese a stile libero” che applicava la “Dolce arte” del ju jitsu in forma del tutto originale adattandola alle caratteristiche degli occidentali.

Dal lontano 1946 questo metodo, che aveva una caratteristica strutturale unica, si è diffuso con sempre maggiori consensi fino ad essere riconosciuto, nei primi anni “70 dalla Federazione Italiana Karate (ora FILJKAM ) ed in seguito, grazie all’impegno di volonterosi cultori di questo metodo, la scuola di ju jitsu nata a Genova contribuì, prima alla fondazione della Federazione Europea, ed, in seguito, a quella Mondiale.

Le origini a Genova:

All’inizio l’attività si è svolta in un locale di pochi metri quadrati messo a disposizione del Maestro dall’Istituto Vittorino da Feltre (prestigioso istituto ubicato in via Maragliano nel centro di Genova gestito dai padri Barnabiti ) ed in una sede provvisoria ubicata nella zona di circonvallazione a monte di Genova.

1948: Apertura di quella che sarebbe diventata la sede principale ed il punto di riferimento del J.J. in Liguria: palestra di salita Famagosta.

La sede era un vecchio piccolo teatro (probabilmente di pertinenza di un antico convento “Santa Brigida“ demolito alla fine dell’ottocento) ed era strutturata su tre materassine (una sul palco e due in platea).

L’interno era addobbato con foto, labari, scritte in giapponese, kimoni, ecc. tale da creare un forte contrasto con l’ambiente esterno.

Il ju jitsu, così come è stato ideato a Genova, è un Metodo che dal punto di vista tecnico ha una struttura ed una classificazione (alfanumerica) che facilita l’apprendimento graduale con settori (gruppi di tecniche ) a difficoltà progressiva, i vari elementi sono, inoltre, denominati con una traduzione in italiano che è immediatamente comprensibile a tutti.

Le tecniche avevano per obiettivo l’ Autodifesa, cioè la difesa da attacchi e non lo scopo di recare offesa diretta.  Questo originale sistema di autodifesa attirò subito l’interesse da parte dei giornali dell’epoca che non fecero mancare le notizie sulla storia di questo metodo nato a Genova e sulla partecipazione degli atleti del maestro Bianchi alle varie attività legate al territorio ligure e non solo.

difesa 3

Le numerose esibizioni che gli atleti del M° Bianchi organizzarono, ed il riscontro favorevole dei media  fecero conoscere questo originale metodo di ju jitsu, prima su tutto il territorio ligure, poi l’interesse si sparse in tutto il territorio italiano ed oltre.

Nel gennaio del 1952 visto il proliferare di società sportive che adottavano questo originale sistema di autodifesa venne redatto , nella sede di salita Famagosta a Genova uno Statuto / Regolamento dell’ O.L.D.J.

“Organizzazione ligure divulgativa del ju jitsu“ allo scopo di dare regole comuni a coloro che stavano praticando il ju jitsu così come ideato e praticato a Genova.

L’importanza che questo metodo stava assumendo è stato, con acume, rilevato dal prof. PIETRO SILVIO RIVETTA giornalista, scrittore e cultore delle scienze orientali che dopo una visita alla palestra Bianchi scrisse:

“Nella scuola “Bianchi” ho constatato la genialità italiana per l’intelligente adattamento delle norme del judo, del ju-jitsu, dello ai-ki e di altre discipline psicofisiche asiatiche, rendendo consona alla nostra costituzione fisica e mentale una tecnica che, invariata, non sarebbe utile al nostro temperamento dinamico.  Il sig. Bianchi ignora egli stesso quanto più avanti delle sue intenzioni sia andato con i risultati ottenuti.  Ho la certezza che il “Metodo Bianchi” sia destinato ad un grande successo, non formale ma sostanziale.

Genova, 27 – 6 – 1952

Nel 1956 con grande sforzo organizzativo venne pubblicati il libro: La “ DOLCE ARTE” DEL SAMURAY ad uso degli occidentali. Metodo di difesa personale di Gino Bianchi Maestro Istruttore della Federazione Autonoma ju jitsu di Genova.

samuray

Queste caratteristiche del metodo Bianchi si possono anche rilevare dalla dichiarazione, inserita nel libro, del dott. Pietro Caviglia (commissario di P. S.) che conobbe il metodo Bianchi quando era Comandante del Reparto Mobile di Polizia di Bolzaneto.

Il volume non è solo il prezioso documento tecnico che il Maestro ci lascia, ma è, soprattutto, la raccolta dei suoi pensieri su come doveva intendersi l’autodifesa per il miglioramento globale dell’individuo

Una parte fotografica di facile comprensione ed una partedescrittiva nella quale il Maestro Bianchi spiega lo spirito e la finalità del suo sistema di autodifesa.

La parte fotografica, è composta da molti esercizi di pronta utilità che, raggruppati in settori (gruppi di tecniche), e riprodotti in fotogrammi, danno la possibilità, anche a coloro che finora hanno ignorato l’esistenza del ju jitsu, di poterli facilmente studiare ed imparare.

Una fondamentale novità introdotta dal Maestro Bianchi è di aver catalogato i settori, documentati nel libro, secondo una logica di apprendimento a difficoltà progressiva in modo da permettere, al cultore di tale Metodo, l’apprendimento seguendo linearmente le varie tecniche così come riportate nelle sequenze fotografiche.

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Gli esercizi, così raggruppati, erano l’addestramento quotidiano e progressivo degli allievi che, frequentando la palestra, si avvicinavano, passo passo, alla cintura nera che rappresentava il vero punto di partenza per entrare, a fondo, nel mondo dell’autodifesa che veniva liberamente costruita intorno alla struttura delle tecniche di base.

E’ proprio questa parte fotografica che molti cultori e praticanti del ju jitsu “Metodo Bianchi” hanno preso come base per l’insegnamento dell’autodifesa nelle loro palestre.

La parte descrittiva comprende veramente l’essenza di quanto il Maestro intendesse quando ha pensato ed elaborato un sistema di autodifesa. Il criterio di base era stato quello di creare un metodo adatto alla mentalità occidentale ed in particolare a quella italiana.

Le tecniche del ju jitsu erano la base di una efficace e globale difesa personale, quindi l’obiettivo era l’Autodifesa, cioè la difesa da attacchi e non avevano lo scopo di recareoffesa diretta .

Lo scopo dell’autodifesa eral’efficacia al di là della forma.

I pilastri del metodo erano:

Libertà di esecuzionenell’autodifesa che dipendeva dal modo in cui avveniva l’attacco e dalle caratteristiche psico-fisiche dei due contendenti.

Libertà di forma, che produceva creatività attorno ad uno stesso esercizio.

Il metodo così concepito aveva, quindi, non solo lo scopo di far apprendere tecniche atte all’autodifesa, ma l’ambizione di aiutare lo sviluppo di capacità motorie e cognitive utili a valutare ed affrontare le varie situazioni.

Bianchi stesso dice:

Per il complesso dei suoi esercizi e per la tecnica che richiede il ju jitsu metodo Bianchi, costringe l’individuo a pensare con continuità, a studiare l’avversario con fulminea rapidità per poterlo colpire in tutti i suoi punti scoperti al momento giusto, impone, quindi, un autocontrollo severissimo ed obbliga ad una assoluta prontezza di riflessi.  Cosicché il ju jitsu oltre ad essere uno sport di immediata utilità è anche una scuola di carattere che affina e perfeziona l’equilibrio fisico e quello mentale, il che potrebbe ben definirsi una “ginnastica della mente“

E’ logico pensare che la pratica applicazione di una tecnica debba trovare, nella vita pratica, l’aiuto del fattore sorpresa che si ottiene attraverso lo sviluppo delle capacità tecnico-cognitive che il Metodo Bianchi, così come è  stato concepito dal Maestro, aiuta a sviluppare e che si possono sintetizzare con:

La prontezza di riflessiacquisita dopo costanti allenamenti.

La calma di chi è cosciente dei propri mezzi.

La serenità che si può anche definire coraggio.

Il controllo dell’emotività in modo da evitare reazioni non volute e dannose.

Nel 1964, improvvisamente, a soli 50 anni il maestro Bianchi morì lasciando, ben consolidato, il suo metodo che oggi è preso ad esempio da centinaia di associazioni sportive.